CAPITOLO III

CAPITOLO III

La madre del gattino era stata guasto soltanto un anno in cui la zia Matilda, che lo aveva adottato parecchi anni più in anticipo sulla morte dei miei genitori, ha sposato il suo padre. Ero dodici e gattino otto quando l'unione ha avvenuto e con cura cauta ho provato a proteggerlo dalla severità del sistema della zia Matilda nell'elevazione del bambino. Ero stato elevato da esso.

Devo molto alla zia Matilda. Lo ha trasmesso alle buone scuole, ad un buon istituto universitario; glie l'ha preso con su la maggior parte dei suoi viaggi all'estero ed a venti lo ha presentato alla società, ma non lo ha conosciuto mai, mai in il più minimo capito la fame nel mio cuore per che cosa non era nel suo potere di dare. Mai gli non ho detto che ci era fame nel mio cuore. Raramente gli ho detto che di qualche cosa non potrebbe vedere per sè.

Nell'infanzia avevo imparato il fixedness delle sue idee, la rigidità del suo tipo di mente, il relentlessness di lei; e quello l'indipendenza sulla mia parte superstite a era dovuto testardaggine robusta, ad un rifiuto da dominare e un'incapacità per sottomissione. Ma questo, anche, non è riuscito a capire.

Che non sposerei ha desiderato era un colpo grave a lei. Non ho avuto desiderio di sposare ed era quando rifiuta fare in modo che determinate realizzazioni sono venuto a me acutamente e più acutamente, perché così lungamente ero stato apparentemente indifferente a loro. Sulla mattina seguire la notte in où avevo affrontato i fatti franco innegabili io è andato alla stanza della zia Matilda e detto lei che potrei più non essere dipendente, detto lei del mio scopo guadagnare la mia propria vita. Ero forte, sano, istruito. Non ci era ragione per la quale non dovrei fare che cosa altre donne stavano facendo.